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Rivoluzione bancaria, dal classico al digitale

Per anni si è parlato di crisi economico-finanziaria, e gli effetti sono riscontrabili ancora ora sulla “pelle” di cittadini e imprenditori. All’indomani del salvataggio da parte del Governo centrale delle banche venete che erano in difficoltà, in tanti avevano ritenuto la crisi bancaria totalmente superata. Il rischio attuale arriva però dal futuro, visto che a minacciare le formule classiche di prodotti e strumenti finanziari ci sta pensando il mondo del fintech: un inglesismo che probabilmente non rende al meglio tutto il sapore di innovazione introdotto sul mercato da una pletora di start-up che attraverso le tecnologie snelliscono i servizi finanziari nell’ottica di una maggiore trasparenza e di un abbattimento dei costi. Nel settore finanziario si sta dunque verificando quanto già accaduto in altri comparti, e presto la maggior parte degli investitori italiani si rivolgeranno al web e ai consulenti finanziari indipendenti per veder fruttare i propri risparmi.

La preoccupazione degli istituti bancari classici è tanta, come emerge anche dal rapporto che porta la firma di PwC: sia in Italia che nel resto del mondo il timore di una rivoluzione del reparto bancario è talmente elevato da provocare un effetto cascata. Se, però, nei prossimi 5 anni, secondo le stime di PwC, il 25% dei ricavi sarà traslato dalle banche “classiche” al fintech, questo non può essere considerato un totale campanello d’allarme. Le turbolenze che scaturirebbero sul mercato sono importanti, ma è pur vero che anche le banche avevano necessità di “svecchiare” la propria proposizione di valore per assecondare i nuovi bisogni dei propri clienti. Non era più possibile, infatti, trascurare le lamentele dovute alla mancanza di trasparenza, ai costi di commissione eccessivamente elevati, ai rischi comunque presenti e alla scarsa leva digitale.

I vecchi giganti bancari hanno dunque bisogno di un “restyling”, che potrebbe partire da tre aree di “miglioramento”: i sistemi di pagamento, ancora fortemente ancorati al contante e alle carte, la consulenza finanziaria e i sistemi di finanziamento. È inutile nascondere che queste frontiere sono ormai vicine: il pagamento digitale, anche attraverso applicazioni, piattaforme e altri sistemi innovativi ridurrà drasticamente le commissioni bancarie, secondo le stime fino al 30%, per buona pace di chi continua a criticare l’approccio digitale anziché proporre soluzioni alternative e innovative.

È possibile fare identico discorso anche per la consulenza finanziaria: i robo-advisor costituiscono una grande minaccia per i colossi bancari, ma anche un grande vantaggio per i consumatori. Il fenomeno è ormai dilagante e inarrestabile: negli Stati Uniti realtà come quelle legate al crowdfunding non sono più delle chimere, mentre nel Regno Unito, e gradualmente anche in Italia, ottiene sempre più consensi la consulenza finanziaria indipendente, che si serve dei robo-advisor per abbassare i rischi, per cucire l’investimento sulle esigenze del cliente e per minimizzare i costi. Tre aree importanti, funzionali all’investimento del presente e del futuro.

Abbattendo barriere fisiche e costi, gli istituti indipendenti riescono anche a semplificare il servizio, tendendo la mano al risparmiatore che non è più visto come la classica gallina dalle uova d’oro da sfruttare fino allo stremo, ma come un vero e proprio investitore che, anche a fronte di piccole somme ma di una conoscenza approfondita delle dinamiche di settore, può ottenere un rendimento interessante. I più pessimisti potrebbero pensare che la digitalizzazione dei sistemi economico-finanziari potrebbe segnare indissolubilmente il destino delle banche, che possono però risollevarsi solo credendo fortemente nell’innovazione. Secondo PwC, 45 istituti bancari su 100 nel mondo hanno già allargato i propri orizzonti digitali attraverso alcune partnership, e identico scenario si ripropone anche in Italia. Meno costi, meno rischi e più trasparenza: se il prezzo da pagare è la digitalizzazione, il risparmiatore non dice “no”.

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