Palestina

Capire il conflitto arabo-israeliano (parte 2)

Abbiamo concluso la parte 1 con la fine della Seconda Guerra Mondiale e il passaggio del mandato britannico all’ONU.

Al fine di risolvere il conflitto, l’ONU votò una risoluzione (la famosa Risoluzione 181) con cui disponeva la divisione del territorio conteso in due Stati: uno arabo e uno ebraico. Vi era poi la clausola secondo cui Gerusalemme sarebbe rimasta sotto il controllo diretto delle Nazioni Unite.

Le nazioni della Lega Araba si opposero portando diverse argomentazioni, tra cui quella che per un terzo della popolazione era stata riservata la maggioranza del territorio totale. Le obiezioni furono tutte respinte e fu disposto che la divisione avvenisse nel 1948, ma così non fu: le nazioni arabe circostanti attaccarono Israele con l’obiettivo di liberare la Palestina.

Israele, tuttavia, poteva contare su corpi speciali all’interno del suo esercito, veterani della Seconda Guerra Mondiale e una violazione di un embargo che aveva permesso alle forze armate di dotarsi, sebbene illegalmente, di armi pesanti. La guerra si concluse con la vittoria di Israele, il quale non solo si difese dall’offensiva, ma occupò gran parte delle terre destinate allo Stato arabo nella originaria risoluzione dell’ONU.

A questi eventi seguiranno poi la crisi di Suez, avvenuta a seguito della nazionalizzazione del canale da parte dell’Egitto, e la guerra dei sei giorni, che si concluderanno entrambe con una vittoria israeliana. Lo Stato di Israele, a questo punto, si ritrova a controllare il Canale di Suez e la Striscia di Gaza.

Il momento in cui il conflitto cessa di essere arabo-israeliano e diventa israelo-palestinese coincide con la guerra dello Yom Kippur, che si trattò sostanzialmente in un attacco congiunto di Siria ed Egitto nei confronti di Israele, che in seguito all’intervento dell’ONU perse il controllo dell’istmo di Suez. Al termine del conflitto, ad uno ad uno i Paesi circostanti riconosceranno lo Stato di Israele.

In questo contesto nasce e si rinforza l’OLP (Organizzazione di Liberazione della Palestina), che nel 1974 diventa osservatore dell’ONU e rappresentante del popolo palestinese.

Iniziano così i tentativi di Israele di annientare l’OLP. È in quest’ottica, infatti, che bisogna leggere l’invasione del Libano da parte di Israele.

A questo punto, il popolo palestinese si organizza e inizia sommosse popolari contro l’esercito israeliano. Inizia così, nel 1987, la Prima Intifada. Impressionante fu la determinazione della popolazione, che affrontò i carri armati con lanci di pietre.

Nel frattempo l’OLP dichiarava l’indipendenza dello Stato palestinese, pur riconoscendo implicitamente quello di Israele. Tale mossa diplomatica fece sì che l’OLP perdesse consensi, lasciando agibilità politica al partito nazionalista di matrice islamica Hamas, che da quel momento, dopo l’insediamento a Gaza, diventerà uno dei punti di riferimento della resistenza palestinese.

Con il fallimento degli accordi di Oslo, nel 2000 ha inizio la Seconda Intifada, che durerà fino al 2005.

Attualmente, i territori palestinesi sono divisi in due fazioni: Gaza, controllata da Hamas, e la Cisgiordania, controllata da Al-Fatah (partito di maggioranza all’interno dell’OLP). Ciò ha dato vita ad una serie di conflitti che hanno come teatro la Striscia di Gaza, territorio in cui la popolazione palestinese vive la situazione di una prigione a cielo aperto. Sebbene il conflitto possa sembrare ad armi pari, non lo è, poiché Israele ha un esercito ampiamente finanziato dall’apparato statale, mentre Hamas dispone di un arsenale limitato. Questo fa sì che ogni volta che c’è un conflitto o un’operazione militare da parte di Israele il bilancio dei morti sia impietoso. Per citare qualche cifra:

  • Operazione Hot Winter, 2008: morti palestinesi: 112; morti israeliani: 4;
  • Operazione Cast Lead (Piombo Fuso), 2008: morti palestinesi: 1320; morti israeliani: 13;
  • Operazione Protective Edge, 2014: morti palestinesi: 2251; morti israeliani: 72.

A seguito di quest’ultima azione militare da parte di Israele, la Giordania propose all’ONU una risoluzione per imporre ad Israele il ritiro dei propri soldati dai territori occupati entro il 2017. La mozione, nonostante potesse portare ad una risoluzione definitiva del conflitto, fu respinta.

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